Leggi. Da “Le nostre vite senza ieri” di @edoardonesi1 (Scattata con instagram)
Stregatto del 24.02.2012
Oggi acquisti old-school (Taken with instagram)
Coffee-break handmade by Bonfiglioli (Taken with instagram)
SP.accio (Taken with instagram)
Q: ho letto con un certo interesse il suo articolo sulla "straordinarietà" di una azienda del mio territorio. Con un certo rammarico noto che, però, lei ha dimenticato che suddetta azienda ha, in questo momento 1.200 addetti, di cui 180 in mobilita’ di cui 110 usciti tra esodi volontari e prepensionamenti (ovviamente caldamente consigliati). Con questi dati il suo articolo sarebbe stato corretto. Credo che sia giusto ed opportuno raccontare non solo le "straordinarietà" ma anche l'ordinarietà.

Caro Anonimo,
ho già avuto modo di rispondere ad una domanda molto simile alla sua da parte di un’altra persona che però ha avuto il coraggio di metterci il nome e la faccia.
Quando troverà pure lei il coraggio sarò più che felice di risponderle.

S. 


asked by Anonimo
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La casa delle urla

La casa delle urla la costruì mio nonno. Falegname sempre abbronzato - non si sa come: non andava al mare, lavorava nella sua bottega e quasi mai all’aperto, a meno che non avesse passato gli ultimi suoi anni di vita a fabbricare in gran segreto casette di legno come la mia, fatto del quale non mi meraviglierei affatto, almeno dai racconti che ho sentito su di lui dopo la sua morte, ma visto che nella mia famiglia nessuno ne sa qualcosa, a meno che i soliti noti non abbiano deciso di chiudere il becco per pigrizia, contegno, scarso o assente senso del dovere di tramandare se non in forma scritta (figuriamoci!) almeno attraverso qualche accenno buttato lì durante le rare riunioni di famiglia (inevitabili e accidentali come un funerale, o tiepidamente attese e forzose come un matrimonio o un battesimo) gli scampoli di storia rimasti fuori dalle trame lineari della saga familiare, che tuttora mi trovo a riscoprire, con non poca fatica, e a cucire insieme con risultati patetici tanto quanto le coperte patchwork che mia zia Corradina si ostinava a regalare a cugini, nipoti e pronipoti, preferibili comunque ai pasticci di ricotta che imponeva durante i vocianti pranzi natalizi e che nessuno, per cortesia e buon cuore, aveva mai il coraggio di rifiutare, e chissà mio nonno, che forse lui era l’unico ad aver quel tatto furbo da artigiano, i modi da upper class proletaria per declinar l’offerta senza offendere l’orgoglio patrizio di quella miniatura di donna che sembrava passata direttamente dalla spensierata giovinezza a una vecchiezza acciaccata e storta e che, non avendo mai timbrato cartellini né provato su quella sua pelle trasparente e asciutta da pesca secca un’ora che sia una di lavoro non aveva il minimo anticorpo contro rifiuti e osservazioni ma pure questo forse rimarrà oscuro come la notte senza stelle in cui mi trovo a buttar giù la storia in cui ti ho trascinato, e mai racconto al riguardo ho ascoltato, nemmeno al suo stato minimo, quell’ “e” che congiungendo un nome a un altro sottintende o almeno insinua che uno possa aver parlato a, pranzato con, anche solo incontrato l’altra, perciò in questo come in mille altri casi lascio cantar gli indizi, rievoco (o immagino) i non detti e mi lascio andare a un ricordo verosimile: il pranzo di Natale in cui mio nonno eroicamente rifiutò il pasticcio di ricotta di zia Corradina andando ad aggiungere l’ennesimo, solido mattone al monumento postumo che tutti noi saremmo poi andati ad erigere idealmente in suo onore e ad evocar l’un l’altro (nonché a presentare in tutta la sua mitica imponenza all’estraneo che si fosse trovato a passar di là per caso o per senso del dovere di familiare che per sangue, o via via scendendo di grado, amore o amicizia, si fosse trovato ad arrivar troppo tardi, per svantaggio d’anagrafe, ai banchetti a cui il Grand’Uomo ha potuto partecipare, bocca, gola, mani e stomaco in persona), pranzo in cui il sottoscritto, che non aveva ancora ricevuto il dono della parola, sedeva malamente sul seggiolone tra madre e nonno, lontano da pasticci commestibili e figurati, sbavando minestrine su di un bavaglino troppo grande, la doppia S - assurta ad araldo di famiglia - ricamata con orgoglio dalle dita sempre gonfie di fatica della nonna, quell’Adele dalle gote sempre rosse: un’intreccio di venute; una topografia di pazienza e fatica che aveva rubato alla bocca, quanto tempo prima nessuno saprebbe dire, il compito di illuminare il volto con sorrisi che chissà come sembravano tenaglie sui cuori di tutti tant’erano rari e veri mentre la bocca, quella se ne stava prudentemente piegata verso il basso come soggetta ad una gravità tutta sua, sottolineando rassegnati sospiri e invocazioni al cielo che a dirla tutta, insieme alle inimitabili ricette dispensate alle nuore non si sa se per generosità o sadismo, e alle domande retoriche che potevano considerarsi la sua versione del sarcasmo (a Corradina, quante volte, “sei tanto stanca, eh?”, a conclusione dei monologhi di quella ed ennesima cannonata in campo avverso di una battaglia silenziosa protrattasi per decenni che quando finì, per abbandono della secca Corradina, si portò via pure gli ultimi sorrisi di Adele), costituivano gran parte del contributo oratorio della nonna, auto-elettasi cameriera ai pranzi e nella vita, prima per necessità poi per dovere e infine per piacere, perennemente in viaggio tra tavola e cucina, sfiorata dalle liti di rappresentanza tra quattro o cinque versioni di comunismo e pugno alzato ed altrettanti ego, i cui gomiti forse si sfioravano troppo spesso per non stuzzicarsi ed ingaggiare guerre lampo, tiepide come i cappelletti in brodo avanzati in mezzo al tavolo che lo zio Carlo aspettava si freddassero quel poco che bastava per il bis solitario d’ordinanza, da consumare lentamente, i baffi asciugando con prontezza, col suo impescrutabile sguardo lanciato già verso la poltrona più vicina - casalingo campo d’azione di sogni anarchici e forse donne, forse uomini di cui ricordar labbra e sospiri da portare nella tomba, insieme ai baffi e alla tuta blu da fabbro portata con l’orgoglio d’un attore da commedia dell’arte, appesa al muro della piccola bottega assieme a martelli d’ogni foggia (finiti chissà dove insieme alle risposte alle domande che nessuno gli ha mai fatto ma con quegli occhi che aveva in ospedale, rimasti soli insieme a un mucchio d’ossa, un po’ di pelle e i soliti capelli lucidi e tirati, non dico che qualcuno avrebbe dovuto) - per il pisolino che incorniciava ogni pranzo di famiglia e chiudeva il sipario alla domenica o alla festa comandata insieme al concerto per sole voci femminili e piatti sporchi che dalla cucina arrivava fino al lettone dove io e le mie cugine, ben coperti e a occhi chiusi, sperimentavamo il volo a braccia aperte, decollando in fase rem e planando non visti tra le stanze della casa, fino ai riccioli di fumo, al russare e alla tv, che accompagnava sogni che a differenza dei nostri conoscevano i problemi ma non le soluzioni, e raramente volavano come noi fuori dalle finestre bianche, sopra agli alberi del viale, alle macchine ferme e a quel sole d’inverno che sembrava non riuscire ad arrivar per terra, tra nuvole, tetti rossi e la cappa di noia, spessa come una trapunta, di una città cullata dalle colline tutt’attorno, sopra ad una delle quali, un giorno e chissà perché, in appena due metri quadri rubati al verde del giardino di casa mia, nella casetta di legno costruita da mio nonno, cominciarono le urla, le stesse di cui mia figlia - altra doppia S ricamata - mi chiede spiegazioni; mi chiede di chi sono quelle voci e perché gridano e se per caso è con lei che ce l’hanno, e corre piangendo dalla mamma, che come tutti gli altri, a parte me, le urla non le ha mai sentite, il cuore che rimbomba, la testa piena di domande, le risposte (un giorno lo saprà) da cercare con le lacrime agli occhi tra quelle grida, col tempo tanto familiari, che ti gelano le ossa.

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E questa è la sua bibbia.
Le regole sono le stesse che mi ha detto mio padre:
- si accende sempre due volte
- si fa una tirata ogni tre respiri (poi viene naturale)
- occhio alla regola dei cinque secondi (se stringendola non resisti di più perché scotta devi smettere di tirare e lasciarla raffreddare)
- si inizia con due pipe: una la usi quando l’altra si asciuga
- non smontarla mai finché è calda
- inizia con le vie di mezzo, sia per tabacco che per tipo di pipa
Questa È una pipa.
Che è più bella di una sigaretta.
Neve (Taken with Instagram at Governo Ladro)

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C’è crisi.
C’è per davvero ma è pure il titolo del mio pezzo come guest editor sul numero natalizio di Polkadot Mag, che trovi in distribuzione a Milano, Roma, Torino, Bari o che puoi scaricare in pdf direttamente dal sito.Ecco il pezzo:C’è crisi ma i ristoranti sono pieni. Non dentro. Davanti. A leggere i prezzi e poi filar via con la testa bassa. Ma non c’è niente di male: a testa bassa si fanno ottime scoperte e l’asfalto, se guardi bene, è un museo a cielo aperto, un hard discount della creatività.
Una giornata a occhi bassi e ti porti a casa una saccocciata di spiccioli da dare via al primo che capita, ché l’onore di un dono inaspettato col sorriso in faccia non si nega a nessuno e i punti karma pioveranno quanto i “mi piace” su una banalità a caso scritta su facebook; elastici e legnetti biforcuti li trasformerai in fionde da regalare ai ragazzini del quartiere che la sera suoneranno per te concerti di vetri rotti; l’albero lo decorerai con i resti dei palloncini colorati; liste della spesa diventeranno fiocchi di neve da appendere al soffitto; stesso regalo per tutti: mixtape con renne e stelle cadenti in copertina, ci scrivi sopra Thurston Moore e sei a posto. Il pacchetto? Ce l’hai tra le mani.E’ Natale. Sorridi. 
E un enorme grazie all’amico Angelo Superti e a tutta la squadra di Polkadot per l’ospitalità.